ABSTRACT - Il tema dell’abuso delle leggi è oggi di grande attualità e straordinaria pervasività, per la sua attitudine e capacità di inerenza ai problemi etici, politici, filosofici, sociologici ed evidentemente giuridici. Il fenomeno, attraverso la sua generale e biunivoca matrice, porta in evidenza sia “l’abuso del diritto” che “l’abuso del potere”. La teoria intorno all’abuso è antica nella storia della filosofia del diritto e costituisce per i giuspolitici e per la classe giuridica, in assenza di una codificazione diretta del divieto, uno snodo appassionante quanto complesso, che apre a varie declinazioni del fenomeno, delineate nel testo. Il concetto di “limite” è la nozione chiave che, da un punto di vista non meramente giuridico, ma politico, filosofico ed etico, fa da discrimine e da veicolo all’interno della ricerca di uno spazio di compensazione tra libertà, indipendenza e forza da un lato, e diritto/potere e abuso dall’altro. L’antica questione del concetto di limite ridonda, dunque, in tutta la sua vivissima e marcata attualità, in quanto “luogo” e “spazio” entro cui si gioca tutta la vicenda degli abusi; non più solo confine, punto di incrocio e semplice barriera: una discussione le cui origini possono rintracciarsi a partire dalla elaborazione mitologica e filosofica dell'antica Grecia, intorno al tema della Giustizia (Dike) e della Hybris (la misura del giusto per Platone). L'operazione ermeneutica e speculativa complessiva che seguono gli Autori nel percorso di ricerca passa per una preliminare analisi storica ed evolutiva del concetto di abuso, dalle sue radici latine e romane, il passaggio per la tradizione classica greca, teso ad individuare al suo interno l’esistenza di un concetto, che anticipi quello romano, l’esame dell’evoluzione teorico-concettuale dell’abuso nell’età di mezzo e moderna, ed infine la descrizione della sua stretta connessione con la più recente elaborazione del diritto soggettivo e del concetto di potere, con le proiezioni sulle implicazioni civilistiche e tributarie.